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Koze_Kozim
Il blog personale di Cosimo Marasciulo
CULTURA
5 febbraio 2010
"L'uomo che verrà" di Giorgio Diritti
Un film sulla tradizione, su come eravamo, sulla semplicità della terra e della campagna.

Vivere di campagna, di semplicità e umiltà, lavorando la terra e accudendo le bestie. Nuclei famigliari che, dai nonni ai nipoti, vivono tutti sotto lo stesso tetto, nella casa del padrone data loro in gestione. Martina è una bambina che ha smesso di parlare quando le è morto il fratellino tra le braccia. Gli altri bambini dicono che sia una strega, e che se a Natale tocca la statuina del bambino Gesù farà morire anche lui.

Lei la statuina la ruba e la porta via con sé. La bacerà non come atto di devozione ma come gesto d'affetto verso il fratellino che ha perso e che vorrebbe riavere. La scuola e la parrocchia sono, insieme alla grande casa rurale, i luoghi in cui Martina vive. Ma a poco a poco, in questo contesto ordinario, iniziano a intromettersi i nazisti.

“Tedeschi che al posto di starsene a casa con le loro famiglie si muovono armati per la montagna” dice il padre della bambina.

E' il 1943 sulle pendici di Monte Sole, sui colli dell'Appennino vicino a Bologna. Martina si muove nel quotidiano osservando i grandi, cercando di capirli e aspettando l'arrivo di un nuovo fratellino. Scrive un tema in cui descrive questo strano mondo che vede, fatto di eroi come Lupo il capo dei partigiani, di nazisti e di stranezze. Un tema che potrebbe essere una condanna a morte se non fosse che la comunità montanara è ricca di un'umanità che si protegge e difende da sola, anche attraverso piccoli gesti.

Come spiega il capo partigiano ai ragazzi che si sono uniti alla Resistenza: “Questa è stata la terra dei nostri padri e dei nostri nonni e per questo la dobbiamo difendere”.

Una strategia di mordi e fuggi quella dei partigiani, che conoscendo il territorio si muovono tra le montagne riuscendo ad impartire diverse sconfitte ai nazisti.

Ma non erano solo i partigiani a rischiare la propria vita. Donne, bambini e vecchi potevano essere le vittime designate della violenza nazista. In un crescendo drammatico nasce l'uomo che verrà, il fratellino di Martina, che per vivere e crescere potrà contare soltanto sull'amore della sorella.


Un film di poesia e di suggestioni.




“L'uomo che verrà” è un'opera di Giorgio Diritti, un film ricco di dettagli ma anche di suggestioni che sa regalare allo spettatore momenti di riflessione e di estrema bellezza.

La fotografia del film è molto bella, i paesaggi rurali e montani riescono a contornare e ad avvolgere i protagonisti del film in ambienti che sanno ben dosare la magia e la crudeltà della natura. Il bagliore notturno dei bombardamenti e il successivo apparire di lucciole che sbucano dall'erba appena il cannoneggiare sparisce. I paracadutisti che nel silenzio della notte cadono dal cielo senza far rumore. La scena notturna in cui l'intera famiglia si riunisce a lume di candela per fare ceste, la simmetria dei gesti delle tre giovani donne che impastano il pane, la bambina nel letto con le zie, sono tutti regali preziosi per i nostri occhi sempre più abituati alle inquadrature e alle luci dei programmi televisivi e dei blockbuster cinematografici che ci rendono distratti e che ci disabituano alla bellezza dei dettagli.



Un film sull'oscurità del lato umano, sulla banalità del male e sull' irrazionalità dell'essere umano.

Partendo dalla strage di Marzabotto la riflessione nello spettatore si può allargare cercando di comprendere quali sono gli elementi che possono spingere degli esseri umani a commettere simili crudeltà. Violenze gratuite verso persone inermi che è bene ricordarlo, ancora oggi avvengono in modo storicamente e socialmente diverso. Nei territori palestinesi, in Iraq, in Africa, ma anche nel nostro paese (basti pensare al G8 di Genova o alla morte di Stefano Cucchi). Cos'è che trasforma una persona normale in un carnefice privo di qualsiasi remora nell'umiliare, seviziare ed uccidere il proprio prossimo?



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CULTURA
17 settembre 2009
Le ombre rosse di una sinistra che fa vergogna
“Le ombre rosse” di Francesco Maselli, sono quelle proiettate da una generazione di Intellettuali di Sinistra che arricchiti, arroganti, autoreferenziali, circondati da segretari, giovani amanti e da servitù filippine hanno perso l'elemento centrale dell'essere di sinistra. La capacità del confronto, della crescita, dell'orizzontalità con il mondo che li circonda. La storia parla di questi IdS e del loro rapporto con un centro sociale occupato.

Sotto il governo di centrosinistra, tutto nasce da una dichiarazione fatta da uno di loro, Siniscalchi, che ritrova nelle attività del centro sociale le stesse delle Case della cultura di André Malraux. Da queste dichiarazioni partirà una gara di fantasia, dove tra progetti futuristici e avanguardistici tutta la banda degli IdS si anima per trasformare quel posto. Entrerà anche di mezzo la DemoBanca proponendo di realizzare in quello stabile un centro commerciale con ristorante multietnico e sale artistico/ludiche. Alla fine proprio quando il progetto di ben cento Case della Cultura è pronto per essere proposto in parlamento ed approvato, le elezioni incoroneranno la destra. E tutto finirà in chiacchiere.

Il centro sociale “Cambiare il mondo” (nome più cattocomunista non lo si poteva trovare!) è descritto in modo estremamente idealizzato e a tratti superficiale. Anime prive di tridimensionalità che si battono “per la rivoluzione!”. Al suo interno la coppia storica di compagni che ha realizzato l'occupazione, la ragazza di colore che insegna l'italiano ai bambini cinesi, il video-artista o artista-grafico...insomma l'artista, la compagnia teatrale, il diessino che porterà i giovani di DemoBanca a fare la loro proposta, il compagno anziano rincoglionito. Un mondo vasto e dipinto in cui l'unica persona che lavora è l'ex-maschera del cinema una signora di una cinquantina di anni che torna tutte le mattine al centro sociale dopo aver passato la notte a prostituirsi. I problemi di questi ragazzi e della loro occupazione sono l'eccessiva attenzione causata dalle dichiarazioni di Siniscalchi, i tanti rom che vengono a cercare un tetto e i gessetti, che utilizza la maestra con i bambini cinesi, che sono finiti. Di cosa vivano non è dato saperlo, così come non è dato sapere di cosa muoiano. Poesia, idealizzazione e superficialità dicevamo, gli stessi elementi che contraddistingue l'approccio degli I.d.S nei loro confronti durante il film.

La regia è ben curata e alcuni momenti sono molto belli e carichi di emotività.

La miglior battuta: a elezioni concluse gli I.d.S. stanno parlando tra di loro e sentono il suono dei clacson che festeggiano, e allora capiscono che ci sono i risultati e mentre stanno per accendere la tv, con voce tremolante “ma i clacson non sono un modo di festeggiare della sinistra!”

I personaggi che possiamo individuare: Varga (certamente Massimiliano Fuksas); il prof. Siniscalchi (probabilmente Umberto Eco, ma c’è chi suggerisce Asor Rosa), il capo di gabinetto del sindaco (di sicuro Walter Verini), poi Luciana Castellina e tanti altri...

A chi è consigliato: Non alle persone che hanno votato a destra e neanche agli incerti e agli apoliticizzati. Queste persone infatti rafforzeranno il loro odio verso la sinistra, il suo mondo e i suoi valori stereotipati. Non a tutta la sinistra, i comunisti, gli anarchici, i rivoluzionari e i settori sociali, visto che è un film privato e personale ed è difficile da decifrare nei suoi messaggi e personaggi, solo i vetero comunisti riusciranno a digerirlo ma anche nello stesso tempo ad odiarlo.

La domanda conclusiva: ma Francesco Maselli il film non lo poteva proiettare a casa sua al posto di portarlo a Venezia?
POLITICA
10 luglio 2009
Quando al G8 manca la seconda superpotenza del pianeta


Era il 15 febbraio 2003 quando il New York Times individuò la seconda superpotenza del pianeta: il movimento.
 
Quella struttura orizzontale, per pratiche, esperienze, conoscenze e provenienza era a-strutturata per composizione, non vi erano infatti gerarchie o tessere, ognuno era se stesso e portava con sé il suo contributo e la sua progettualità. Una progettualità partecipata in modo orizzontale che dava valore e significato a quello slogan: un altro mondo è possibile, attraversato da mille sfumature.
 
Ben prima della constatazione del New York Times, una superpotenza armata di coscienze e idee si muoveva sul nostro pianeta. La contaminazione e la varietà le permettevano di individuare problemi e proporre soluzioni. E' ovvio che tutto questo potesse procurare fastidio, specie quando altri poteri, altre idee e altri interessi erano, come sono ancora oggi, gelosi dei propri simboli.

2001, luglio, Genova. Se gli otto si incontravano era giusto che partecipasse anche il movimento, come era successo negli anni precedenti. Le armi della denuncia e della proposta del movimento erano troppo forti, i numeri e le idee troppo pericolosi.
Perchè, credo sia un bene ricordarlo, prima che il confronto/scontro tra G8 e movimento si manifestasse e fossilizzasse in una insensata, prolungata e perdente prova di forze, l'arma più temuta dagli otto era la capacità di smentita e di proposta del movimento. Africa, cambiamento climatico, guerra, ogni tematica poteva contare, dentro il movimento, di esperienze vissute e di proposte concrete.
 
Ogni accordo raggiunto durante il meeting poteva essere smascherato, come accadeva, da chi lavorando sul campo intesseva relazioni, sviluppava alternative, praticava nel suo piccolo il cambiamento. Think global, action local.
 
Anche per questo Genova rappresentò il punto di rottura. La tolleranza cessò. E il potere fisico attaccò quello morale cercando di cancellarne la coscienza.

Oggi, luglio 2009, gli 8 si rincontrano, ma stranamente, senza l'altro, senza il nemico assediante, quel popolo di mille colori, mille lingue, mille religioni, mille idee, sembrano più poveri e miseri del solito. E anche le immagini, prive dell' altro, delle cariche, dei fantasmi dei black block, dei terroristi, degli anarcoinsurrezionalisti, ci mostrano un mondo vanesio e privo di logica.
 
Regali, ricchi pranzi, foto di gruppo, stette di mano, risate tra amici. Poi ogni tanto, grazie al prezioso lavoro degli sherpa dichiarano che hanno raggiunto questo o quell'accordo. 400 milioni di euro spesi, uno spiegamento di forze di 14 mila uomini per permettere a otto persone di mangiare l'astice, bere vino abruzzese e fare quattro chiacchiere in veranda. Tutto intorno il deserto dell'Abruzzo distrutto dal terremoto a abbandonato dalle promesse di un premier odontoiatra e dai facili pruriti.
 
E' evidente che su tutto ancora una volta, come da anni, dicono di aver trovato accordi e soluzioni. La mancanza della presenza fisica dell'altro se da un lato rende più difficile evidenziare le pecche delle soluzioni e degli accordi trovati, dall'altro ne esaltà la superficialità.
 
Non posso che pensare a Carlo Giuliani in questi giorni. Chissà se avesse saputo che con gli anni saremmo finiti a questo, alla rassegnazione, alla delega, alla connivenza, alla mancanza di proposte concrete, se avrebbe alzato quell'estintore... chissà se avesse saputo che i poteri dei segni si sarebbero fatti schiacciare dai segni del potere se avrebbe alzato quell'estintore... forse non lo avrebbe fatto e se ne sarebbe andato a mare al posto di sfidare quella mano armata, che non era quella di Placanica.
 
O forse lo avrebbe preso comunque e avrebbe cercato di lanciarlo, perchè Carlo Giuliani provava una grande insofferenza nei confronti delle ingiustizie e delle sofferenze. Quello che io non dimenticherò mai, come non lo dimentico guardando il popolo palestinese, è che ci possono privare di tutto, ma alla voglia di cambiare e di lottare solo noi possiamo rinunciare...
 
...ci manchi Carlo...
SOCIETA'
28 aprile 2009
L'onda (Die Welle) di Dennis Gansel
L'onda (Die Welle) di Dennis Gansel inizia con i Ramones sparati dall’auto del professor Reiner Wenger, insegnante di pallanuoto e politica, anarchico, fan dei Clash e quasi padre.

Il professore deve organizzare un corso di storia moderna per terze liceo bavaresi sull’autocrazia. I ragazzi, all’inizio, sono esasperati dato che sono convinti che tanto ormai in Germania il nazismo e l’autocrazia rappresentino il passato.

Il professore, stimolato dall’indifferenza degli alunni, li coinvolge in un esperimento fra i banchi di scuola. Per una settimana dovranno rispondere a un rigido sistema disciplinare, conformarsi a un codice di abbigliamento e lavorare assieme in un'ottica di organismo gerarchico. In pochissimo tempo, i ragazzi sentono crescere il senso di unità e il gioco delle parti prende forma. Razza, religione e successo non contano niente, l'Onda rende tutti uguali.

Gli studenti si divertono un sacco al gioco inedito e spregiudicato, quasi bizzarro, dell'essere educati, anzi arrivano allievi dagli altri corsi, due abbandonano perfino quello, noiosissimo sull'anarchia, con un professore all'antica.

Uno spirito di condivisione vincente e solidale consente agli adolescenti di dominare le proprie insicurezze e paure, focalizzando la propria fiducia attorno alla figura del carismatico professore. Ben presto il “gioco” si allarga al di fuori delle mura scolastiche, travolgendo simbolicamente e culturalmente parte della città.

Ma se la condivisione di ideali, abbigliamenti, saluti rafforza le identità nel gruppo, automaticamente crea la definizione dell’ “altro”, del diverso. Più il “noi” diventa riconoscibile e individuabile e più gli “altri” vengono guardati con sospetto, con timore, se non con odio.

In poco tempo la situazione sfugge al controllo del professore, inconsapevole scienziato di un esperimento più grande di lui.

La mancanza di ideali, di stimoli di riferimento e di riconoscimenti della società travolge ed unisce i ragazzi e le ragazze del film, che solo nella solidarietà, nella condivisione e nel rispetto all’interno dell’Onda trovano conforto.

Un film molto bello e intenso che permette di riflettere e di confrontarsi a lungo sulle esigenze dell’essere umano e suoi rapporti di gruppo.

“La storia insegna ma l'uomo raramente impara” sosteneva lo storico Carlo Maria Cipolla, questo film non ha la pretesa di insegnare nulla ma almeno ha la rara capacità di lasciare lo spettatore sveglio e attento alla realtà che quotidianamente viviamo.

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permalink | inviato da Koze_Kozim il 28/4/2009 alle 15:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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