
In quest'ultimo periodo ho avuto la possibilità di tornare a riflettere sulla violenza nazista. Prima il bellissimo film "L'uomo che verrà" di Giorgio Diritti ambientato nel periodo dell'occupazione nazista dell'Italia, e poi grazie alla visita insieme al “Treno della Memoria” a Cracovia nei campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau. Credo che l'errore principale che si rischia di fare sia quello di considerare questi orrori come qualcosa che appartiene al passato, senza accorgersi di quanto accade oggi, e di non tentare di capire cosa possa spingere una persona a compiere simili atti. La riflessione si allarga e si contamina con il presente: il ricordo, lo studio della storia e delle testimonianze si intreccia con l'attualità, vicina e lontana. Quindi più che riflessioni sui nazisti ho fatto delle analisi sull'ESSERE umano.
Alcune delle considerazioni fatte durante l'assemblea conclusiva del “Treno della Memoria”, con le tantissime classi partecipanti, mi hanno molto colpito e hanno ampliato il mio ragionamento. Si sottolineava come la violenza nazista potesse essere etichettata in tanti modi ma mai come frutto di follia. Dietro quella violenza c'era infatti la razionalità e la normalità. La morte su larga scala veniva trattata in modo burocratico e scientifico (addirittura con il risparmio di proiettili, uccidendo più bambini messi in fila con un solo proiettile). Non il prodotto di un istinto animale, perché gli animali uccidono per difesa o per fame, a volte, non volendo, per gioco, ma mai con razionalità e scientificità con l'unico fine di annientare il proprio simile. Un'altra considerazione riguardava invece il significato della visita ai campi di concentramento. Quel visitare, ascoltare, guardare, annusare, toccare Auschwitz e Birkenau può essere bene inteso come un viaggio interiore.
Noi come vittime, noi come carnefici. Messi di fronte a tutta la violenza e la logica della sopraffazione dell'essere umano. Apri gli occhi e guardi in una luce nuova quello che ti circonda, capisci che questo mostro che stava una volta per governare il mondo non è morto. Attraversa ancora questo pianeta con aspetti, lingue e culture diverse e continua quotidianamente a germogliare nell'animo umano.
Pensi ad Abu Ghraib, ai territori palestinesi, alla caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova, al Darfur e ai paesi dell'Africa, alla Cina e all'Irak, ma anche a Federico Aldrovandi e a Stefano Cucchi. Tutti casi diversi tra di loro e diversi dall'azione sistematica e su larga scala dei nazisti, ma tutti mostrano la brutalità dell'uomo sull'uomo. Ma in ognuno di essi le componenti fondamentali sono l'umiliazione e l'annichilimento dell'essere umano.

E allora con uno sforzo bisogna capire come l'uomo riesca a raggiungere certi livelli. Uno degli elementi di cui deve godere è l'impunità (si considerino ad esempio i soldati in Irak o gli stessi nazisti), la certezza che qualsiasi azione si possa commettere non sarà perseguita né legalmente né civilmente. Non ci sarà nessun giudice, nessun processo. Un altro elemento è la legittimazione fornita dalla propria comunità di riferimento. Uccidere, torturare, umiliare per difendere la propria nazione, la propria famiglia, i propri amici, i propri commilitoni è una delle motivazioni più diffuse. La sicurezza della propria comunità rispetto all'
Altro, inutile dirlo è diventato un imperativo dopo l'11 settembre 2001.
Non basta, si dirà, perché dietro a ogni uomo c'è la sua formazione, la sua cultura, la sua famiglia, la sua morale. Ma se la comunità di riferimento appoggia e incoraggia comportamenti peggiori di quelli che istintivamente una persona potrebbe avere (si pensi ai coloni e ai soldati israeliani) se gli abusi, gli omicidi, le torture vengono compiuti da chi gli sta intorno, o semplicemente gli ordini vanno in questa direzione (“Eseguivo solo gli ordini” era la scusa più accreditata durante il processo di Norimberga) la morale potrebbe vacillare. Tra i nazisti come tra i soldati in missione di guerra ci sono stati e ci sono disertori e obiettori, ma perchè sono una minima parte di coloro che sono coinvolti nei crimini? Normalità dicevamo per Auschwitz e Birkenau, e la normalità è ancora oggi ciò che vuole la maggior parte delle persone. Persone normali che vogliono una vita normale. E se la normalità intorno è orrore, spesso non si sottraggono. Non tutti possono vantare una formazione e una cultura così radicati da riuscire ad opporre la propria individuale visione comportamentale a quella della società di appartenenza. Le scienze, infatti, ci insegnano che l'individuo ha il timore costante di essere una minoranza rispetto all'opinione comune. Per non rimanere isolato, chi ha un'idea diversa rispetto alla massa non la mostra, e cerca di conformarsi agli altri.
Sistematici, razionali, normali. E non si può non allargare questa analisi al fenomeno mafioso. Quanto detto sopra (impunità, legittimazione, normalità) infatti rientra perfettamente nelle dinamiche mafiose. Ed è strano che tra i tanti esempi che ci vengono in mente se dovessimo parlare degli attuali fenomeni di brutalità non ci venga subito in mente. Gli omicidi, il racket e l'usura, la tratta di esseri umani, sono tutti fenomeni basati sul silenzio e sulla paura. Lo stesso silenzio e la stessa paura che hanno permesso ai nazisti di fare le stragi su larga scala che oggi studiamo. A chi non crede alla stretta analogia tra questi fenomeni così diversi culturalmente e storicamente posso fare un solo esempio (ma ce ne sarebbero infiniti altri) parlando del piccolo Giuseppe Di Matteo. Figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, ex-mafioso, divenne vittima di una vendetta trasversale nel tentativo di far tacere il padre. Fu rapito il 23 novembre 1993, quando aveva 13 anni, al maneggio di Altofonte (PA) da un gruppo di mafiosi che agivano su ordine di Giovanni Brusca, allora latitante e boss di San Giuseppe Jato. Dopo 779 giorni di dura prigionia, ormai fortemente dimagrito e indebolito venne strangolato e successivamente sciolto nell'acido l'11 gennaio 1996, all'età di 15 anni.
La forza di pochi è determinata dalla paura dei tanti. Io non credo che un giorno l'uomo smetterà di comportarsi in questo modo. Ci saranno sempre delle emergenze, delle
giuste motivazioni, ci sarà sempre un supporto maggioritario che ci farà sentire sicuri delle nostre azioni (possano anche essere le più tremende immaginabili). Ma di una cosa sono convinto. Sono convinto che se le mafie sono quello che sono è perché ci sono troppe persone che si girano dall'altra parte, che per paura o per interessi fanno finta di non vedere. Se i nazisti hanno fatto quello che hanno fatto è perché ci sono state troppe persone che hanno fatto finta di non vedere, che per paura o per interesse hanno preferito non parlare. Quando infatti qualcuno ha deciso di reagire, di denunciare, di condannare ecco che il sistema “perfetto” si è incrinato e in alcuni casi si è rotto svelando l'orrore. Gli elementi che permettono l'incubazione di questo virus nell'animo dell'essere umano possono essere incrinati soltanto da chi ancora si indigna, ancora legge e studia, ancora sogna e ama, soltanto da chi ricorda e si impegna. Possono essere incrinati soltanto da quella maggioranza che decide di non essere più silenziosa.