
Era il 15 febbraio 2003 quando il
New York Times individuò la seconda superpotenza del pianeta:
il movimento.
Quella struttura orizzontale, per pratiche, esperienze, conoscenze e provenienza era a-strutturata per composizione, non vi erano infatti gerarchie o tessere, ognuno era se stesso e portava con sé il suo contributo e la sua progettualità. Una progettualità partecipata in modo orizzontale che dava valore e significato a quello slogan: un altro mondo è possibile, attraversato da mille sfumature.
Ben prima della constatazione del New York Times, una superpotenza armata di coscienze e idee si muoveva sul nostro pianeta. La contaminazione e la varietà le permettevano di individuare problemi e proporre soluzioni. E' ovvio che tutto questo potesse procurare fastidio, specie quando altri poteri, altre idee e altri interessi erano, come sono ancora oggi, gelosi dei propri simboli.
2001, luglio, Genova. Se gli otto si incontravano era giusto che partecipasse anche il movimento, come era successo negli anni precedenti. Le armi della denuncia e della proposta del movimento erano troppo forti, i numeri e le idee troppo pericolosi.
Perchè, credo sia un bene ricordarlo, prima che il confronto/scontro tra G8 e movimento si manifestasse e fossilizzasse in una insensata, prolungata e perdente prova di forze, l'arma più temuta dagli otto era la capacità di smentita e di proposta del movimento. Africa, cambiamento climatico, guerra, ogni tematica poteva contare, dentro il movimento, di esperienze vissute e di proposte concrete.
Ogni accordo raggiunto durante il meeting poteva essere smascherato, come accadeva, da chi lavorando sul campo intesseva relazioni, sviluppava alternative, praticava nel suo piccolo il cambiamento. Think global, action local.
Anche per questo Genova rappresentò il punto di rottura. La tolleranza cessò. E il potere fisico attaccò quello morale cercando di cancellarne la coscienza.
Oggi, luglio 2009, gli 8 si rincontrano, ma stranamente, senza
l'altro, senza il nemico assediante, quel popolo di mille colori, mille lingue, mille religioni, mille idee, sembrano più poveri e miseri del solito. E anche le immagini, prive dell' altro, delle cariche, dei fantasmi dei black block, dei terroristi, degli anarcoinsurrezionalisti, ci mostrano un mondo vanesio e privo di logica.
Regali, ricchi pranzi, foto di gruppo, stette di mano, risate tra amici. Poi ogni tanto, grazie al prezioso lavoro degli sherpa dichiarano che hanno raggiunto questo o quell'accordo. 400 milioni di euro spesi, uno spiegamento di forze di 14 mila uomini per permettere a otto persone di mangiare l'astice, bere vino abruzzese e fare quattro chiacchiere in veranda. Tutto intorno il deserto dell'Abruzzo distrutto dal terremoto a abbandonato dalle promesse di un premier odontoiatra e dai facili pruriti.
E' evidente che su tutto ancora una volta, come da anni, dicono di aver trovato accordi e soluzioni. La mancanza della presenza fisica dell'altro se da un lato rende più difficile evidenziare le pecche delle soluzioni e degli accordi trovati, dall'altro ne esaltà la superficialità.
Non posso che pensare a Carlo Giuliani in questi giorni. Chissà se avesse saputo che con gli anni saremmo finiti a questo, alla rassegnazione, alla delega, alla connivenza, alla mancanza di proposte concrete, se avrebbe alzato quell'estintore... chissà se avesse saputo che i poteri dei segni si sarebbero fatti schiacciare dai segni del potere se avrebbe alzato quell'estintore... forse non lo avrebbe fatto e se ne sarebbe andato a mare al posto di sfidare quella mano armata, che non era quella di Placanica.
O forse lo avrebbe preso comunque e avrebbe cercato di lanciarlo, perchè Carlo Giuliani provava una grande insofferenza nei confronti delle ingiustizie e delle sofferenze. Quello che io non dimenticherò mai, come non lo dimentico guardando il popolo palestinese, è che ci possono privare di tutto, ma alla voglia di cambiare e di lottare solo noi possiamo rinunciare...
...ci manchi Carlo...