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Il blog personale di Cosimo Marasciulo
CULTURA
20 febbraio 2010
Le banalità dell'uomo
Bambini dentro un campo di concentramentoIn quest'ultimo periodo ho avuto la possibilità di tornare a riflettere sulla violenza nazista. Prima il bellissimo film "L'uomo che verrà" di Giorgio Diritti ambientato nel periodo dell'occupazione nazista dell'Italia, e poi grazie alla visita insieme al “Treno della Memoria” a Cracovia nei campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau. Credo che l'errore principale che si rischia di fare sia quello di considerare questi orrori come qualcosa che appartiene al passato, senza accorgersi di quanto accade oggi, e di non tentare di capire cosa possa spingere una persona a compiere simili atti. La riflessione si allarga e si contamina con il presente: il ricordo, lo studio della storia e delle testimonianze si intreccia con l'attualità, vicina e lontana. Quindi più che riflessioni sui nazisti ho fatto delle analisi sull'ESSERE umano.

Alcune delle considerazioni fatte durante l'assemblea conclusiva del “Treno della Memoria”, con le tantissime classi partecipanti, mi hanno molto colpito e hanno ampliato il mio ragionamento. Si sottolineava come la violenza nazista potesse essere etichettata in tanti modi ma mai come frutto di follia. Dietro quella violenza c'era infatti la razionalità e la normalità. La morte su larga scala veniva trattata in modo burocratico e scientifico (addirittura con il risparmio di proiettili, uccidendo più bambini messi in fila con un solo proiettile). Non il prodotto di un istinto animale, perché gli animali uccidono per difesa o per fame, a volte, non volendo, per gioco, ma mai con razionalità e scientificità con l'unico fine di annientare il proprio simile. Un'altra considerazione riguardava invece il significato della visita ai campi di concentramento. Quel visitare, ascoltare, guardare, annusare, toccare Auschwitz e Birkenau può essere bene inteso come un viaggio interiore.

Noi come vittime, noi come carnefici. Messi di fronte a tutta la violenza e la logica della sopraffazione dell'essere umano. Apri gli occhi e guardi in una luce nuova quello che ti circonda, capisci che questo mostro che stava una volta per governare il mondo non è morto. Attraversa ancora questo pianeta con aspetti, lingue e culture diverse e continua quotidianamente a germogliare nell'animo umano.

Pensi ad Abu Ghraib, ai territori palestinesi, alla caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova, al Darfur e ai paesi dell'Africa, alla Cina e all'Irak, ma anche a Federico Aldrovandi e a Stefano Cucchi. Tutti casi diversi tra di loro e diversi dall'azione sistematica e su larga scala dei nazisti, ma tutti mostrano la brutalità dell'uomo sull'uomo. Ma in ognuno di essi le componenti fondamentali sono l'umiliazione e l'annichilimento dell'essere umano.

Bambini palestinesi rifugiatiE allora con uno sforzo bisogna capire come l'uomo riesca a raggiungere certi livelli. Uno degli elementi di cui deve godere è l'impunità (si considerino ad esempio i soldati in Irak o gli stessi nazisti), la certezza che qualsiasi azione si possa commettere non sarà perseguita né legalmente né civilmente. Non ci sarà nessun giudice, nessun processo. Un altro elemento è la legittimazione fornita dalla propria comunità di riferimento. Uccidere, torturare, umiliare per difendere la propria nazione, la propria famiglia, i propri amici, i propri commilitoni è una delle motivazioni più diffuse. La sicurezza della propria comunità rispetto all'Altro, inutile dirlo è diventato un imperativo dopo l'11 settembre 2001.

Non basta, si dirà, perché dietro a ogni uomo c'è la sua formazione, la sua cultura, la sua famiglia, la sua morale. Ma se la comunità di riferimento appoggia e incoraggia comportamenti peggiori di quelli che istintivamente una persona potrebbe avere (si pensi ai coloni e ai soldati israeliani) se gli abusi, gli omicidi, le torture vengono compiuti da chi gli sta intorno, o semplicemente gli ordini vanno in questa direzione (“Eseguivo solo gli ordini” era la scusa più accreditata durante il processo di Norimberga) la morale potrebbe vacillare. Tra i nazisti come tra i soldati in missione di guerra ci sono stati e ci sono disertori e obiettori, ma perchè sono una minima parte di coloro che sono coinvolti nei crimini? Normalità dicevamo per Auschwitz e Birkenau, e la normalità è ancora oggi ciò che vuole la maggior parte delle persone. Persone normali che vogliono una vita normale. E se la normalità intorno è orrore, spesso non si sottraggono. Non tutti possono vantare una formazione e una cultura così radicati da riuscire ad opporre la propria individuale visione comportamentale a quella della società di appartenenza. Le scienze, infatti, ci insegnano che l'individuo ha il timore costante di essere una minoranza rispetto all'opinione comune. Per non rimanere isolato, chi ha un'idea diversa rispetto alla massa non la mostra, e cerca di conformarsi agli altri.

Sistematici, razionali, normali. E non si può non allargare questa analisi al fenomeno mafioso. Quanto detto sopra (impunità, legittimazione, normalità) infatti rientra perfettamente nelle dinamiche mafiose. Ed è strano che tra i tanti esempi che ci vengono in mente se dovessimo parlare degli attuali fenomeni di brutalità non ci venga subito in mente. Gli omicidi, il racket e l'usura, la tratta di esseri umani, sono tutti fenomeni basati sul silenzio e sulla paura. Lo stesso silenzio e la stessa paura che hanno permesso ai nazisti di fare le stragi su larga scala che oggi studiamo. A chi non crede alla stretta analogia tra questi fenomeni così diversi culturalmente e storicamente posso fare un solo esempio (ma ce ne sarebbero infiniti altri) parlando del piccolo Giuseppe Di Matteo. Figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, ex-mafioso, divenne vittima di una vendetta trasversale nel tentativo di far tacere il padre. Fu rapito il 23 novembre 1993, quando aveva 13 anni, al maneggio di Altofonte (PA) da un gruppo di mafiosi che agivano su ordine di Giovanni Brusca, allora latitante e boss di San Giuseppe Jato. Dopo 779 giorni di dura prigionia, ormai fortemente dimagrito e indebolito venne strangolato e successivamente sciolto nell'acido l'11 gennaio 1996, all'età di 15 anni.


La forza di pochi è determinata dalla paura dei tanti. Io non credo che un giorno l'uomo smetterà di comportarsi in questo modo. Ci saranno sempre delle emergenze, delle giuste motivazioni, ci sarà sempre un supporto maggioritario che ci farà sentire sicuri delle nostre azioni (possano anche essere le più tremende immaginabili). Ma di una cosa sono convinto. Sono convinto che se le mafie sono quello che sono è perché ci sono troppe persone che si girano dall'altra parte, che per paura o per interessi fanno finta di non vedere. Se i nazisti hanno fatto quello che hanno fatto è perché ci sono state troppe persone che hanno fatto finta di non vedere, che per paura o per interesse hanno preferito non parlare. Quando infatti qualcuno ha deciso di reagire, di denunciare, di condannare ecco che il sistema “perfetto” si è incrinato e in alcuni casi si è rotto svelando l'orrore. Gli elementi che permettono l'incubazione di questo virus nell'animo dell'essere umano possono essere incrinati soltanto da chi ancora si indigna, ancora legge e studia, ancora sogna e ama, soltanto da chi ricorda e si impegna. Possono essere incrinati soltanto da quella maggioranza che decide di non essere più silenziosa.

CULTURA
5 febbraio 2010
"L'uomo che verrà" di Giorgio Diritti
Un film sulla tradizione, su come eravamo, sulla semplicità della terra e della campagna.

Vivere di campagna, di semplicità e umiltà, lavorando la terra e accudendo le bestie. Nuclei famigliari che, dai nonni ai nipoti, vivono tutti sotto lo stesso tetto, nella casa del padrone data loro in gestione. Martina è una bambina che ha smesso di parlare quando le è morto il fratellino tra le braccia. Gli altri bambini dicono che sia una strega, e che se a Natale tocca la statuina del bambino Gesù farà morire anche lui.

Lei la statuina la ruba e la porta via con sé. La bacerà non come atto di devozione ma come gesto d'affetto verso il fratellino che ha perso e che vorrebbe riavere. La scuola e la parrocchia sono, insieme alla grande casa rurale, i luoghi in cui Martina vive. Ma a poco a poco, in questo contesto ordinario, iniziano a intromettersi i nazisti.

“Tedeschi che al posto di starsene a casa con le loro famiglie si muovono armati per la montagna” dice il padre della bambina.

E' il 1943 sulle pendici di Monte Sole, sui colli dell'Appennino vicino a Bologna. Martina si muove nel quotidiano osservando i grandi, cercando di capirli e aspettando l'arrivo di un nuovo fratellino. Scrive un tema in cui descrive questo strano mondo che vede, fatto di eroi come Lupo il capo dei partigiani, di nazisti e di stranezze. Un tema che potrebbe essere una condanna a morte se non fosse che la comunità montanara è ricca di un'umanità che si protegge e difende da sola, anche attraverso piccoli gesti.

Come spiega il capo partigiano ai ragazzi che si sono uniti alla Resistenza: “Questa è stata la terra dei nostri padri e dei nostri nonni e per questo la dobbiamo difendere”.

Una strategia di mordi e fuggi quella dei partigiani, che conoscendo il territorio si muovono tra le montagne riuscendo ad impartire diverse sconfitte ai nazisti.

Ma non erano solo i partigiani a rischiare la propria vita. Donne, bambini e vecchi potevano essere le vittime designate della violenza nazista. In un crescendo drammatico nasce l'uomo che verrà, il fratellino di Martina, che per vivere e crescere potrà contare soltanto sull'amore della sorella.


Un film di poesia e di suggestioni.




“L'uomo che verrà” è un'opera di Giorgio Diritti, un film ricco di dettagli ma anche di suggestioni che sa regalare allo spettatore momenti di riflessione e di estrema bellezza.

La fotografia del film è molto bella, i paesaggi rurali e montani riescono a contornare e ad avvolgere i protagonisti del film in ambienti che sanno ben dosare la magia e la crudeltà della natura. Il bagliore notturno dei bombardamenti e il successivo apparire di lucciole che sbucano dall'erba appena il cannoneggiare sparisce. I paracadutisti che nel silenzio della notte cadono dal cielo senza far rumore. La scena notturna in cui l'intera famiglia si riunisce a lume di candela per fare ceste, la simmetria dei gesti delle tre giovani donne che impastano il pane, la bambina nel letto con le zie, sono tutti regali preziosi per i nostri occhi sempre più abituati alle inquadrature e alle luci dei programmi televisivi e dei blockbuster cinematografici che ci rendono distratti e che ci disabituano alla bellezza dei dettagli.



Un film sull'oscurità del lato umano, sulla banalità del male e sull' irrazionalità dell'essere umano.

Partendo dalla strage di Marzabotto la riflessione nello spettatore si può allargare cercando di comprendere quali sono gli elementi che possono spingere degli esseri umani a commettere simili crudeltà. Violenze gratuite verso persone inermi che è bene ricordarlo, ancora oggi avvengono in modo storicamente e socialmente diverso. Nei territori palestinesi, in Iraq, in Africa, ma anche nel nostro paese (basti pensare al G8 di Genova o alla morte di Stefano Cucchi). Cos'è che trasforma una persona normale in un carnefice privo di qualsiasi remora nell'umiliare, seviziare ed uccidere il proprio prossimo?



permalink | inviato da Koze_Kozim il 5/2/2010 alle 13:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
17 settembre 2009
Le ombre rosse di una sinistra che fa vergogna
“Le ombre rosse” di Francesco Maselli, sono quelle proiettate da una generazione di Intellettuali di Sinistra che arricchiti, arroganti, autoreferenziali, circondati da segretari, giovani amanti e da servitù filippine hanno perso l'elemento centrale dell'essere di sinistra. La capacità del confronto, della crescita, dell'orizzontalità con il mondo che li circonda. La storia parla di questi IdS e del loro rapporto con un centro sociale occupato.

Sotto il governo di centrosinistra, tutto nasce da una dichiarazione fatta da uno di loro, Siniscalchi, che ritrova nelle attività del centro sociale le stesse delle Case della cultura di André Malraux. Da queste dichiarazioni partirà una gara di fantasia, dove tra progetti futuristici e avanguardistici tutta la banda degli IdS si anima per trasformare quel posto. Entrerà anche di mezzo la DemoBanca proponendo di realizzare in quello stabile un centro commerciale con ristorante multietnico e sale artistico/ludiche. Alla fine proprio quando il progetto di ben cento Case della Cultura è pronto per essere proposto in parlamento ed approvato, le elezioni incoroneranno la destra. E tutto finirà in chiacchiere.

Il centro sociale “Cambiare il mondo” (nome più cattocomunista non lo si poteva trovare!) è descritto in modo estremamente idealizzato e a tratti superficiale. Anime prive di tridimensionalità che si battono “per la rivoluzione!”. Al suo interno la coppia storica di compagni che ha realizzato l'occupazione, la ragazza di colore che insegna l'italiano ai bambini cinesi, il video-artista o artista-grafico...insomma l'artista, la compagnia teatrale, il diessino che porterà i giovani di DemoBanca a fare la loro proposta, il compagno anziano rincoglionito. Un mondo vasto e dipinto in cui l'unica persona che lavora è l'ex-maschera del cinema una signora di una cinquantina di anni che torna tutte le mattine al centro sociale dopo aver passato la notte a prostituirsi. I problemi di questi ragazzi e della loro occupazione sono l'eccessiva attenzione causata dalle dichiarazioni di Siniscalchi, i tanti rom che vengono a cercare un tetto e i gessetti, che utilizza la maestra con i bambini cinesi, che sono finiti. Di cosa vivano non è dato saperlo, così come non è dato sapere di cosa muoiano. Poesia, idealizzazione e superficialità dicevamo, gli stessi elementi che contraddistingue l'approccio degli I.d.S nei loro confronti durante il film.

La regia è ben curata e alcuni momenti sono molto belli e carichi di emotività.

La miglior battuta: a elezioni concluse gli I.d.S. stanno parlando tra di loro e sentono il suono dei clacson che festeggiano, e allora capiscono che ci sono i risultati e mentre stanno per accendere la tv, con voce tremolante “ma i clacson non sono un modo di festeggiare della sinistra!”

I personaggi che possiamo individuare: Varga (certamente Massimiliano Fuksas); il prof. Siniscalchi (probabilmente Umberto Eco, ma c’è chi suggerisce Asor Rosa), il capo di gabinetto del sindaco (di sicuro Walter Verini), poi Luciana Castellina e tanti altri...

A chi è consigliato: Non alle persone che hanno votato a destra e neanche agli incerti e agli apoliticizzati. Queste persone infatti rafforzeranno il loro odio verso la sinistra, il suo mondo e i suoi valori stereotipati. Non a tutta la sinistra, i comunisti, gli anarchici, i rivoluzionari e i settori sociali, visto che è un film privato e personale ed è difficile da decifrare nei suoi messaggi e personaggi, solo i vetero comunisti riusciranno a digerirlo ma anche nello stesso tempo ad odiarlo.

La domanda conclusiva: ma Francesco Maselli il film non lo poteva proiettare a casa sua al posto di portarlo a Venezia?
POLITICA
10 luglio 2009
Quando al G8 manca la seconda superpotenza del pianeta


Era il 15 febbraio 2003 quando il New York Times individuò la seconda superpotenza del pianeta: il movimento.
 
Quella struttura orizzontale, per pratiche, esperienze, conoscenze e provenienza era a-strutturata per composizione, non vi erano infatti gerarchie o tessere, ognuno era se stesso e portava con sé il suo contributo e la sua progettualità. Una progettualità partecipata in modo orizzontale che dava valore e significato a quello slogan: un altro mondo è possibile, attraversato da mille sfumature.
 
Ben prima della constatazione del New York Times, una superpotenza armata di coscienze e idee si muoveva sul nostro pianeta. La contaminazione e la varietà le permettevano di individuare problemi e proporre soluzioni. E' ovvio che tutto questo potesse procurare fastidio, specie quando altri poteri, altre idee e altri interessi erano, come sono ancora oggi, gelosi dei propri simboli.

2001, luglio, Genova. Se gli otto si incontravano era giusto che partecipasse anche il movimento, come era successo negli anni precedenti. Le armi della denuncia e della proposta del movimento erano troppo forti, i numeri e le idee troppo pericolosi.
Perchè, credo sia un bene ricordarlo, prima che il confronto/scontro tra G8 e movimento si manifestasse e fossilizzasse in una insensata, prolungata e perdente prova di forze, l'arma più temuta dagli otto era la capacità di smentita e di proposta del movimento. Africa, cambiamento climatico, guerra, ogni tematica poteva contare, dentro il movimento, di esperienze vissute e di proposte concrete.
 
Ogni accordo raggiunto durante il meeting poteva essere smascherato, come accadeva, da chi lavorando sul campo intesseva relazioni, sviluppava alternative, praticava nel suo piccolo il cambiamento. Think global, action local.
 
Anche per questo Genova rappresentò il punto di rottura. La tolleranza cessò. E il potere fisico attaccò quello morale cercando di cancellarne la coscienza.

Oggi, luglio 2009, gli 8 si rincontrano, ma stranamente, senza l'altro, senza il nemico assediante, quel popolo di mille colori, mille lingue, mille religioni, mille idee, sembrano più poveri e miseri del solito. E anche le immagini, prive dell' altro, delle cariche, dei fantasmi dei black block, dei terroristi, degli anarcoinsurrezionalisti, ci mostrano un mondo vanesio e privo di logica.
 
Regali, ricchi pranzi, foto di gruppo, stette di mano, risate tra amici. Poi ogni tanto, grazie al prezioso lavoro degli sherpa dichiarano che hanno raggiunto questo o quell'accordo. 400 milioni di euro spesi, uno spiegamento di forze di 14 mila uomini per permettere a otto persone di mangiare l'astice, bere vino abruzzese e fare quattro chiacchiere in veranda. Tutto intorno il deserto dell'Abruzzo distrutto dal terremoto a abbandonato dalle promesse di un premier odontoiatra e dai facili pruriti.
 
E' evidente che su tutto ancora una volta, come da anni, dicono di aver trovato accordi e soluzioni. La mancanza della presenza fisica dell'altro se da un lato rende più difficile evidenziare le pecche delle soluzioni e degli accordi trovati, dall'altro ne esaltà la superficialità.
 
Non posso che pensare a Carlo Giuliani in questi giorni. Chissà se avesse saputo che con gli anni saremmo finiti a questo, alla rassegnazione, alla delega, alla connivenza, alla mancanza di proposte concrete, se avrebbe alzato quell'estintore... chissà se avesse saputo che i poteri dei segni si sarebbero fatti schiacciare dai segni del potere se avrebbe alzato quell'estintore... forse non lo avrebbe fatto e se ne sarebbe andato a mare al posto di sfidare quella mano armata, che non era quella di Placanica.
 
O forse lo avrebbe preso comunque e avrebbe cercato di lanciarlo, perchè Carlo Giuliani provava una grande insofferenza nei confronti delle ingiustizie e delle sofferenze. Quello che io non dimenticherò mai, come non lo dimentico guardando il popolo palestinese, è che ci possono privare di tutto, ma alla voglia di cambiare e di lottare solo noi possiamo rinunciare...
 
...ci manchi Carlo...
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Cosimo Marasciulo

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